The Evil Within: la recensione di Residentevil.it!

The Evil Within: la recensione di Residentevil.it!

MIKAMI CELEBRA SE STESSO NEL SURVIVAL HORROR PIÙ INQUIETANTE E DISTURBATO DEGLI ULTIMI ANNI

Paura, orrore, angoscia e inquietudine sono emozioni che ci spaventano se incastrate nella quotidianità di tutti i giorni, ma che si trasformano in una vera e propria droga di cui non riusciamo più a fare a meno se relazionate alla finzione e allo spettacolo, che sia di natura letteraria, cinematografica o, come in questo caso, videoludica.
Non è un caso, infatti, se il terrore e tutte le agghiaccianti sensazioni che ne derivano si siano adattate così bene a una serie di salti multimediali che vede nei videogiochi solo l’ultimo simulacro, potendo contare su una florida produzione che, soprattutto negli ultimi anni, ha intasato l’industria, alla continua ricerca di un modo originale e innovativo di spaventare il giocatore di turno.
Oggi più di ieri, però, pare sempre più difficile riuscire a tirare i confini di un genere popolare come quello dell’horror, assorbito quasi completamente da tutta una serie di esperienze marginali che si propongono come “terrificanti” e che invece troppo spesso si rivelano cloni su cloni del medesimo salto sulla sedia fine solo a se stesso. Immaginarsi, quindi, quanto possa esserlo tirare i confini di un sottogenere tanto nostalgico e amato come il survival horror vecchia scuola.
Un genere, va riconosciuto, rielaborato in chiave moderna e reso estremamente popolare da un uomo che, come i fan della saga di Resident Evil sanno bene, ha segnato per sempre il settore, facendosi artefice di un vero e proprio movimento videoludico e incarnando, col passare degli anni, la pura essenza del male.
Shinji Mikami, questo il nome del padre della serie survival horror più celebre della storia del videogame, ha saputo colpire laddove nessuno era riuscito a fare prima, facendo dei suoi videogame la sintesi della tensione e del terrore allo stato puro. Senza inventare nulla da zero (le esperienze di Sweet Home e Alone in the Dark la dicono lunga), Mikami-san è riuscito a trascinare il genere in una “realtà” videoludica il più possibile vicino a quella di tutti i giorni, grazie a scelte estetiche e narrative figlie di un mix perfetto tra la tradizione giapponese e quella hollywoodiana, facilmente riconducibile al primo, indimenticabile Resident Evil (Biohazard).
Dopo aver lasciato la serie Capcom ad un destino sin troppo lontano dall’horror che lo ha generato però, il “genio del male” (nonostante vari progetti più o meno apprezzabili, ma tuttavia lontani dalla sua matrice più maligna) è finalmente tornato a far parlare di sé grazie a The Evil Within (in Giappone Psycho Break), titolo che con un publisher come Bethesda alle spalle chiarisce sin da subito quanto il survival horror nudo e crudo sia ancora terreno fertile anche per le produzioni tripla A.
Fatte le dovute premesse e riconosciuti i meriti ad una delle icone del videogame, non ci resta che scoprire se Shinji Mikami sia riuscito fino in fondo nel suo intento, concentrato nel dare alla luce un titolo che gioca proprio sugli stessi cliché che egli stesso ha adottato quasi venti anni fa, che rese propri e che manipolò magistralmente per erigere un universo che, ancora oggi, è capace come nessun altro di trascinare un’intera generazione di videogiocatori in moti nostalgici e malinconici.

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DUE MALI, UNA SOLA MANO
Come già accennato in apertura, sin dai primi trailer di gioco diffusi da Bethesda era impossibile non riconoscere la mano di Mikami in ogni singolo fotogramma di The Evil Within, soprattutto visti i tanti punti di contatto con la serie di Resident Evil, e in particolare con quel quarto capitolo che se da un lato incarnò la pietra dello scandalo a livello narrativo, dall’altra si rivelò una vera e propria rivoluzione totale, grazie a un gameplay (la terza persona con telecamera sopra la spalla destra) e una caratura tecnica che lasciarono letteralmente a bocca aperta l’intero settore.
Oltre alle caratteristiche che balzano subito all’occhio però, a lasciare piacevolmente sorpresi, in un mix tra dejà-vu e nostalgia, sono le lampanti scene di autocelebrazione che Mikami ha voluto inserire nel gioco (a voi scoprire le più inconfondibili), così come delle scelte di gameplay funzionali all’esperienza e di cui tratteremo più avanti.
Che insomma Mikami volesse fare di The Evil Within il Resident Evil che Capcom non gli ha permesso di fare dieci anni fa è ormai chiaro, ma è altrettanto cristallino come il game designer abbia voluto realmente celebrare un certo tipo di scuola che affonda le sue radici nel passato, producendo un’esperienza tradizionale per certi aspetti e innovativa per altri. Quello che a nostro modo è importante capire è come The Evil Within sia l’ultimo esponente di un genere estremamente tradizionale, fuori dalla concezione e dalle aspettative di un pubblico devoto solo ed esclusivamente ai titoli frenetici e ripetitivi, ma indirizzato invece a quella fetta di amanti dell’esplorazione, della riflessione e della sensazione costante di tensione che li tiene in ansia lungo tutta l’esperienza di gioco.

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TWIN… HILL?
Se The Evil Within deve molto alla serie partorita da Mikami nel lontano 1996, difficile non notare le connessioni ad altri videogame/film che, a differenza della serie Capcom, fanno del terrore psicologico e sovrannaturale la loro arma più brutale e sconvolgente. Il titolo sviluppato da Tango Gameworks infatti fonde alla perfezione scenari e atmosfere che molto devono a serie TV cult che hanno segnato indelebilmente in cinema americano ad alcune trovate (sia grafiche che narrative) che non nascondo una certa ispirazione ai tanto malati quanto inquietanti espedienti che hanno reso celebre la serie Konami. A voi l’onore di trovare quanti più riferimenti possibile… anche se siamo certi che già solo vedendo l’intro (con musica di sottofondo) del gioco non sarà difficile fare un tuffo nel passato! E anzi, a proposito di tuffi, il fiume di sangue in piena vi ricorda qualcosa?

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BENVENUTI A KRIMSON CITY!
Un po’ come accade nei precedenti titoli horror di Mikami, la storia che fa da sfondo al gioco non può dirsi certo un concentrato di originalità, almeno nei suoi elementi costituenti. Proprio come accadeva in Resident Evil infatti, anche per The Evil Within una serie di cliché vanno a miscelarsi con un’alchimia che rende la trama qualcosa in più di un semplice pretesto, anche se, come detto, a differenza della serie ambientata a Raccoon City i tanti elementi sovrannaturali inseriti da Mikami gli hanno permesso di potersi sbizzarrire a più non posso.
Il titolo, infatti, si apre come il più classico degli horror: una notte di pioggia, un ospedale psichiatrico pieno di cadaveri e il protagonista, il detective Sebastian Castellanos, che si ritroverà immerso nei guai fino al collo in un continuo alternarsi tra quella che sembra essere una disastrata realtà e una dimensione parallela piuttosto confusa (anche se difficile capire quale sia una e quale sia l’altra), costretto a nascondersi, combattere o fuggire dalle terrificanti creature umanoidi che gli daranno la caccia. A voi il piacere di trovare il bandolo della matassa e condurre il povero Sebastian verso la salvezza… mentale perlomeno!

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UN GAMEPLAY… DA PAURA!
Come già sottolineato in precedenza le meccaniche di gioco di The Evil Within devono molto alla “filosofia” inaugurata con Resident Evil 4, anche se imparerete immediatamente ad amare tutte le lievi ma sostanziali differenze che lo rendono un titolo pressoché unico, dotato di un gameplay solido e intuitivo.
Obbligatorio cominciare da una visuale cinematografica che eleva Mikami non più a solo game designer, ma a vero e proprio regista. Esattamente come nel 1996 il maestro del survival horror giocava con le telecamere e gli angoli ciechi dovuti alle ambientazioni 2D prerenderizzate, così nel 2014 ha escogitato un nuovo espediente per limitare la visuale del giocatore, perfettamente coerente e applicabile alla terza persona con telecamera dinamica alle spalle: una capacità visiva ristretta. Mikami-san ha infatti optato per una visuale ridotta dello schermo, portato dai canonici 16:9 ai ben più disorientanti 21:9, e regalando al giocatore momenti di disorientante immersività.
Altra caratteristica di cui siamo certi farete attenzione sin da subito è la credibile risposta del modello poligonale del personaggio nei vari movimenti, spesso impacciato e traballante a causa di un colpo subito o della fatica dovuta ad uno scatto prolungato un po’ troppo oltre. Impersonare Sebastian ci è piaciuto e ci ha convinto non poco anche per il suo ostentare un realismo di base che si era totalmente perso nella serie Resident Evil, con i protagonisti trasformati in “supereroi” quasi privi di limiti umani; scordatevi salti e capriole dall’ultimo piano delle case e suplex alla prima occasione, insomma!
Ed è proprio lo scontro con i vari nemici in cui ci si imbatterà lungo l’esperienza che fa emergere tutti i “limiti” del personaggio, umano quanto più possibile e, proprio per questo, fisicamente inferiore rispetto agli avversari. Che si tratti di semplici sentinelle o dei svariati boss che vi sbarreranno la strada in punti specifici dell’ambientazione, un approccio diretto sarà, per la maggior parte delle volte, la via sicura per il game over. Nonostante la possibilità di attacchi fisici (anche tramite torce o scuri) ben congegnati e fisicamente credibili, che raramente si riveleranno utili wordpress per uscire dalle situazioni più pericolose, la scelta di un approccio stealth è sempre la più raccomandata, soprattutto perché aumenta non di poco la dose di tensione. Ed è proprio per questo che Mikami ha voluto disseminare le varie location di espedienti utili per attirare l’attenzione dei mostri umanoidi, per poi aggirarli oppure attaccarli alle spalle con il coltello (tirare bottiglie o dare fuoco al fieno su tutti); nei casi invece in cui le cose si mettano davvero male, vista l’estrema violenza e aggressività degli avversari, è caldamente raccomandato l’uso delle bocche da fuoco messe a disposizione dal gioco, visto che raramente riuscirete ad uscire indenni da un attacco di gruppo. Revolver, fucile a pompa, balestra e granate varie rappresentano il ridotto seppure soddisfacente armamentario di gioco, tutte potenziabili grazie a dei punti esperienza che potrete raccogliere durante il gioco (barattoli di gel verde) e fondamentali soprattutto negli scontri con i vari boss. Nel caso in cui, infatti, l’approccio allo scontro con i giganti del gioco non offra la possibilità di affrontare la situazione in stealth, sarà la potenza delle vostre armi a fare la differenza, soprattutto quando a inseguirvi sarà un tizio armato di motosega (si, qualcosa di già visto in passato…). Il mirino del gioco vi sosterrà al meglio, anche se non sempre si rivelerà preciso quanto vorremmo soprattutto in movimento (scelta voluta o meno, difficile capirlo).

The-Evil-Within-02Ma è proprio nelle fasi di combattimento con i vari nemici va notata la risposta avversaria ai colpi inferti, che siano all’arma bianca o meno; non sarà difficile infatti notare pezzi di testa che saltano e budella sparse per la stanza, in un tripudio di splatter che, dobbiamo ammetterlo, restituisce una dose di appagamento non indifferente. Ad ogni modo, sarà buona abitudine incendiare i corpi nemici con i fiammiferi che si possono raccogliere un po’ ovunque, così che non possano tornare in vita improvvisamente (qualcuno ha detto Crimson Head?).
Come intuibile da quanto detto poc’anzi, quindi, The Evil Within alterna fasi stealth ad altre di azione più frenetica (mai quanto quella proposta dagli ultimi Resident Evil, statene certi) che si amalgamano perfettamente a sezioni di esplorazione che ci hanno intrigato non poco, altro richiamo a un tipo di esperienza ormai lontana e segnata dal ritrovamento di file, diari e pezzi di mappa che aiutano a comprendere meglio la trama (proprio riguardo la mappa, tra l’altro, un piccolo punto a sfavore, visto che le ambientazioni, seppure mai troppo vaste, risultano spesso difficili da esplorare proprio per via della mancanza di una piantina che sappia orientare al meglio il giocatore). Elementi da horror vecchio stampo, insomma, che diventa survival nel momento in cui l’assenza di munizioni a go-go e l’aggressività e combattività assai elevate degli avversari trasformano The Evil Within in un’esperienza tutta da gustare, capace come poche altre di fondere un gameplay moderno a delle concezioni di gioco più vecchie di quanto non si creda. Ed è proprio su questa base che è necessario evidenziare altri escamotage non certo nuovi al genere, ma senza dubbio perfettamente allineati con il concept di gioco, e che vanno dalla possibilità di nascondersi in armadi o sotto i letti (occhio però, perché i nemici saranno tutt’altro che ottusi, capaci di fiutarvi e vedervi da molto lontano) all’impossibilità di eseguire degli scatti lunghi (soprattutto con poca energia), scelta che, ve lo assicuriamo, avrà le sue conseguenze soprattutto quando avete una creatura che vi sta col fiato sul collo.
Strategie utili sempre maggiormente a instaurare un vero e proprio rapporto di empatia tra il giocatore e il detective Castellanos, che spesso si ritroverà ferito e indebolito, così da aumentare ancora di più la dose di ansia, o veicolato in straordinarie fasi cinematiche di gameplay in cui dover correre via da un nemico o evitare di finire macinati da un gigantesco tritacarne; vedere (e giocare) per credere!
Ultima nota la dedichiamo all’inventario di gioco (che potrà essere sostituito con la croce direzionale per richiamare alcuni oggetti più velocemente), che richiama graficamente un cranio umano e che permette di accedere alle scorte di energia (medi pack o siringhe) o altri oggetti utili anche durante le fasi più concitate; piuttosto lapalissiano dire che l’azione di gioco non si fermerà mai del tutto, rallentando solamente per qualche secondo e dandovi giusto il tempo per effettuare la vostra scelta prima di essere atterrati.

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OCCHI, ORECCHIE E LINGUA…
Pur chiaramente limitato dalla natura cross gen che lo contraddistingue, relativamente al comparto tecnico The Evil Within si posiziona su livelli, a nostro parere, più che soddisfacenti. Provata la versione PlayStation 4, inizialmente siamo rimasti piuttosto delusi dalla fattura dei filmati in game, anche se appena indossato il trench del detective Castellanos tutto ha preso colore e… vita! Nonostante gli elementi più lontani denotino una certa carenza di texture e dettaglio, le location (che possono svariare da aperte a chiuse, dalle fondamenta o i corridoi del Beacon Mental Hospital alle splendide brughiere della campagna di Krimson City) regalano un colpo d’occhio davvero scenografico, soprattutto grazie al sapiente utilizzo di filtri e toni saturi che, pur non protraendo al foto realismo, risultano credibili e belli da vedere, impastando e incollando al meglio le texture. Un giusto compromesso tra ambientazioni reali e sovrannaturali, insomma, capace di regalare perle grafiche davvero eccellenti, seppure, lo ripetiamo, chiaramente limitate dalla scelta di produrre il titolo in multipiattaforma cross gen. Definizione più o meno alta, comunque, salta all’occhio la scelta delle scenografie (tutte ricche di un’atmosfera da horror che si rispetti) e la ricchezza di dettagli di ogni singola stanza o landa, spesso arricchita anche da una interattività ambientale piuttosto gradevole.
Menzione particolare per la lanterna che Sebastian tiene con sé, e che è possibile accendere in ogni momento per illuminare le sezioni più scure; sarà in questi casi che gli effetti di luce e ombra giocheranno un ruolo ancor più importante nell’estendersi dell’esplorazione, contribuendo a rendere ancor più affascinante l’esperienza globale offerta.
Siamo certi che, da buoni fan dei Resident Evil old school, non vi sorprenderete troppo nel sentire il bisogno di fermarsi tra l’erba alta ad osservare un lago, o nell’esplorare ogni singola casa o struttura che incontrerete nel gioco, tutte estremamente curate e diverse tra loro.
Altra lode poi anche per una colonna sonora che si dimostra perfetta nell’accentuare la tensione costante che contraddistingue l’avventura, spesso alternata a inquietanti quanto inattesi brani di musica classica che vi riempiranno le orecchie qua e là durante il vostro peregrinare.
Sempre riguardo il comparto sonoro, siamo lieti infine di poter finalmente lodare un doppiaggio italiano degno di un gioco di un certo livello; è lampante come Bethesda si sia affidata a professionisti del cinema e non alle solite, piatte voci che sembrano ormai dominare la localizzazione italiana di qualsiasi titolo in uscita. Ancora una volta, quindi, un plauso dovuto alle scelte estetiche e tecniche di Mikami-san.

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QUEL CHE RESTA DEL MALE
Ormai archiviati praticamente tutti i più classici metri di analisi adottati per recensire The Evil Within, non ci resta che presentarvi tutta una serie di elementi collaterali che siamo certi apprezzerete.
Il gioco è suddiviso in 15 capitoli, per un tempo di completamento di circa 15-20 ore.
I salvataggi saranno gestiti in automatico mediante checkpoint, ma tramite alcuni specchi speciali sarà possibile raggiungere una dimensione parallela in cui una gentile quanto eterea infermiera vi permetterà di salvare la partita firmando il registro dell’ospedale. Sempre in questa realtà alternativa vi sarà permesso di potenziare abilità, risorse e armi del protagonista mediante una sedia speciale che utilizza il gel raccolto (punti esperienza), così come vi sarà offerta la possibilità di aprire delle cassette di sicurezza (ricche di oggetti utili) mediante delle chiavi che potrete raccogliere durante l’avventura.
Il titolo, infine, da buon survival horror che si rispetti, vi porterà spesso a dovervi cimentare in enigmi e puzzle vecchio stile che speriamo saprete apprezzare quanto abbiamo fatto noi.

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L’ORRORE CHE INNAMORA!
Sviscerato e disossato ormai in ogni suo aspetto, non possiamo che tornare a consigliare vivamente The Evil Within a tutti quegli amanti di un genere mai dimenticato, seppur ormai povero di esponenti realmente degni di attenzione. Quello che potrebbe rivelarsi il canto del cigno di Shinji Mikami è una vera e propria celebrazione di un passato che coincide inesorabilmente con i vecchi lavori del maestro dell’horror, seppure rivisitati in chiave moderna e arricchiti da piccole introduzioni che lo rendono approcciabile a un pubblico più vasto di quanto si potrebbe credere. Pur spaventando meno di quanto ci si potrebbe aspettare da un titolo di Mikami-san (pochi i salti sulla sedia reali), The Evil Within è un prodotto destinato però, prima di tutto, a tutti quei romantici convinti, un po’ come noi, che solo un occhio volto al passato possa restituire emozioni e sensazioni ormai perse da sin troppi anni.
Ora non resta che sperare che questo non sia l’ultima possibilità che Mikami ci offre di vivere un’esperienza tanto canonica quanto straordinariamente fuori dagli schemi, ma se anche così fosse, siamo convinti che, nonostante il sangue a fiotti, sarebbe un gran bel lieto fine.

 Michele “T-002” Giannone